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Nell’universo del marketing esistono una serie di termini che vengono costantemente presi in considerazione in ogni azienda. Tra i tanti, un posto di spicco occupa sicuramente il concetto di Brand Awareness aziendale. Vediamo insieme cos’è la Brand Awareness e come svilupparla.

Immaginiamo un parametro che misuri la conoscenza del nostro marchio tra il pubblico dei consumatori, tutti potenziali acquirenti del prodotto/servizio che vendiamo. L’awareness di un’azienda è la consapevolezza del brand, cioè se le persone lo conoscono, lo acquistano e lo apprezzano, venendo qui in considerazione anche il concetto di Brand Reputation, a esso collegato, che vedremo in seguito.

Fin qui, può sembrare tutto abbastanza semplice e lineare. Ma la notorietà del marchio deve essere creata ab initio. Come sviluppare la brand awareness dell’azienda? 

Una buona consapevolezza del brand passa anche attraverso quella che gli esperti del digital chiamano Brand Identity, cioè l’identità del marchio, il messaggio che esso veicola e suggerisce al consumatore.

In secondo luogo, è molto importante che l’utente, nel momento in cui atterra sul sito web e sulla sezione del blog aziendale, riesca facilmente a trovare ciò che cerca. In una parola, è necessario fornire all’utente una buona esperienza di navigazione, che in termini tecnici viene chiamata user experience

Un ingrediente principale che contribuisce in buona percentuale a formare la brand awareness è dato dalla presenza dell’azienda sui social media. Difatti, quanti di voi sono soliti cliccare sulle ricerche di Facebook per avere maggiori informazioni sul locale incrociato per strada o sull’attività di cui gli ha parlato l’amico?

Inoltre, una pagina social aggiornata (che sia Facebook, Instagram, Pinterest o diverse piattaforme insieme) è una vetrina che contribuisce a formare l’opinione soggettiva che il potenziale cliente ha di te e della tua azienda, oltre ad aiutarti ad entrare in contatto con chi potrebbe essere interessato ai tuoi prodotti e/o servizi. E a questo punto viene in considerazione anche il concetto di Brand Reputation, che consiste nel grado di affidabilità che il tuo marchio possiede, la quale viene influenzata da parametri come la tua capacità di gestire la comunicazione col cliente, fornire quanto richiesto e - ultimo ma non per importanza - farlo in tempi abbastanza brevi, valutata in termini di “reattività ai messaggi”.

La Brand Awareness, una volta sviluppata, va costantemente migliorata. In questa fase un ottimo strumento è rappresentato dalle campagne pubblicitarie, sia su Facebook che via Google Adwords, le quali possono incrementare il traffico al tuo sito e, conseguentemente, le possibilità che gli utenti - navigando - abbiano un’esperienza positiva e siano interessati al tuo prodotto.

L’ideale sarebbe che il consumatore, nel momento in cui realizza il bisogno di un determinato prodotto, pensi direttamente al tuo brand, piuttosto che a quello dei tuoi competitor. In tal caso, la strategia aziendale adottata mostra i suoi frutti, perché vuol dire che si è tradotta in vendite e fatturato. Quindi, a conti fatti, le implicazioni pratiche di una buona brand awareness si riflettono in termini di guadagni.

La maglia è l'elemento maggiormente significativo nel calcio: va indossata, rispettata e amata. La maglia rimarrà sempre il primo amore nel cuore di un giocatore, anche se questi si cedono e si comprano o i loghi si ridisegnano. La prima maglia rispetta i colori sociali e la tradizione del club. Solo sulla casacca indossata nelle trasferte gli sponsor tecnici hanno libertà di azione. Solo da qualche anno si è obbligati a produrre una terza maglia, se non di più, basti pensare al Napoli che in questa stagione ne ha presentate quattro e gli anni passati sei, considerando le "Champions edition".

Le analisi di Calcio e Finanza hanno rilevato che il campionato italiano si regge sui diritti TV, per circa il 50% dei ricavati totali delle squadre. Il resto è rappresentato dalla somma delle plusvalenze, dai ricavi dello stadio e merchandising. Quest'ultimo aspetto è il punto debole dei bilanci della Serie A. La Juventus sfiora circa il 20% alla voce merchandising in bilancio, specie ora che ha cambiato logo. Real Madrid, Barcellona, Bayer Monaco, Manchester United e PSG superano tutte il 50% ala voce merchandising in bilancio. Entriamo più nello specifico: alcune squadre, come il Real e la Barça hanno eliminato le croci dai loro loghi sul merchandising venduto in Medio Oriente per aumentare il proprio impatto sui mercati asiatici. E ancora: il PSG ha ridisegnato il logo eliminando la culla di Luigi XIV sotto la Torre Eiffel. Adidas è il marchio più potente nel calcio italiano. Fondata da Adolf Dasler (Adi-Das, fratello di Rudolf, fondatore della Puma), l'azienda tedesca, almeno fino a fine stagione, veste Juventus e Milan. Tra i calciatori che indossano le scarpette di questo marchio si ha: Quadrado, Nani, Dzeko e Pjanic. Sui social, l'Adidas conta circa 52.9 milioni di fan (31.7 su Facebook, 3.3 su Twitter, 17.4 su Instagram e 500.000 su YouTube).

Dopo l'azienda tedesca abbiamo la Nike, brand nato nel 1967 da un'idea dell'allenatore di football dell’università dell’Oregon che chiamò con il nome della dea della vittoria un'azienda che dal Giappone importava delle scarpe. Oggi questo brand è sponsor di Inter, Roma ed Hellas Verona. E non solo: è anche fornitore del pallone ufficiale del nostro campionato. Il logo dello "Swoosh" conta circa solo 112.7 milioni di fan sui social (29.4 su Facebook, 7.3 su Twitter, 75.3 su Instagram e 700.000 su YouTube). Quali sono i giocatori che indossano le scarpe di questo noto brand, le scarpe con il "baffo"? Icardi, El Shaarawy ed Higuain. Una curiosità: Marchisio indossa da una vita le Nike, ma sul braccio ha tatuato lo slogan dell'Adidas "impossible is nothing".

Un'altra realtà affermata è Macron che veste i rossoblù dai tempi di Beppe Signori, ma anche Cagliari, Lazio e Spal. La casa di Bologna è inoltre il logo più presente sulle maglie della Serie A e da poco si è accordata per vestire le "piccole" nazionali affiliate alle Uefa (Andorra, Armenia, Bielorussia, Cipro, Isole Faroer, Liechtenstein, Lussemburgo e San Marino). I fan sui social per Macron sono 185.300 (146.000 su Facebook, 19.200 su Twitter, 19.200 su Instagram e 500 su YouTube).

Vediamo altre squadre, come Napoli, Sassuolo e Torino che invece vestono Kappa, azienda torinese che conta circa 750.000 utenti (510.000 su Facebook, 3.000 su Twitter e 237.000 su Instagram). Tramite le squadre, il brand guadagna maggiore visibilità: 6 milioni dal Napoli, 950.000 dal Torino e 570.000 dal Sassuolo.

Il brand spagnolo Joma veste invece due squadre, la Sampdoria e l'Atalanta. La particolarità di Joma è che personalizza con ricami l'interno delle maglie. Nella casacca dell'Atalanta vediamo scritto, infatti "La maglia sudata sempre", mentre in quella della Sampdoria "La maglia più bella del mondo". L'azienda conta 1 milione di fan totali. In Italia, nessun calciatore indossa materiale tecnico Joma.

Gli altri brand? Gli altri brand presenti nel campionato italiano vestono un solo club. Vediamoli da vicino. LeCoqSportif firma le divise della Fiorentina. Poi abbiamo il brand HS Sport che veste l'Udinese. Il Genoa è vestito da Lotto e sulle maglie scrive "Il club più antico d'Italia". Le divise al Crotone vengono fornite dal brand Zeus che indossa la stessa prima maglia dell'anno in cui ha avuto la promozione dalla Serie B alla Serie A. Il Benevento invece veste Frankie Garage che garantisce una visibilità alla squadra di circa 90.000 utenti.

Dati tratti da Social Media Soccer

Sia che tu sia un'azienda, un freelance, o semplicemente un appassionato di social, sai quanto sia importante curare la propria immagine digital per ottenere successo. Un ottimo modo per perfezionare la propria identità sul web e allo stesso tempo attrarre più utenti, è quello di organizzare un piano editoriale per Facebook. Vediamo nel dettaglio cos'è e come realizzarne uno efficace.

Il piano editoriale è un documento composto da articoli e contenuti vari da pubblicare sulla propria pagina Facebook, redatto secondo una determinata strategia per raggiungere un determinato obiettivo prefissato all'inizio. Utile è analizzare la strategia adottata dai propri competitor che generano un traffico importante con i loro contenuti. Importante è soprattutto tenere a mente i valori e la mission della propria azienda così da lavorare su un tipo di comunicazione che li faccia emergere.

Per un piano editoriale efficiente bisogna capire quale pubblico vi segue. È necessario quindi analizzare gli Insights di Facebook che mostrano i dati relativi al pubblico di destinazione. Questo permette di creare inserzioni sempre più pertinenti. Per la stessa ragione ci si può avvalere di tool come Google Analytics che permette di analizzare vari aspetti del vostro sito web, tra cui il target di chi vi legge, aiutandovi a realizzare un piano editoriale ad hoc. È importante pubblicare con una cerca costanza affinché il traffico sul vostro sito non venga perso. I social media rappresentano per questo una buona opportunità per aumentare il traffico, recuperare lead e fidelizzare il cliente.

È bene che i contenuti per il vostro piano editoriale siano vari, così da mantenere sempre attiva l'attenzione e la curiosità dell'utente. Si possono inserire link ad articoli presenti nel vostro blog aziendale, oppure social card con frasi che riprendono la mission della vostra attività. Secondo i trend, i contenuti particolarmente apprezzati e condivisi sono quelli visual, per cui se puntate su questi non sbaglierete affatto.

Accanto al piano editoriale è importante pensare anche a un calendario editoriale. Ci si può confondere credendo che siano sinonimi, in realtà il piano editoriale è un documento che rappresenta i contenuti che andranno a popolare i vostri social, mentre il calendario editoriale contiene il giorno e l'ora in cui si è stabilito di pubblicare.

Pensare al proprio piano editoriale e al calendario per la settimana o per il mese è di fondamentale importanza. Non bisogna però dimenticare di analizzare i risultati ottenuti da una determinata strategia adottata, perché qualora questa non dovesse portare benefici, è bene provarne un'altra fino a che non si raggiunge l'obiettivo prefisso.

Quanto incide la conoscenza dei meccanismi del nostro cervello sul e nel marketing? Abbastanza da vedere la comparsa, ormai non troppo recente, di una disciplina nota come neuromarketing. Nata nel 2002 grazie a un professore di Marketing Research della Rotterdam School of Management, Ale Smidts, la disciplina del neuromarketing analizza il meccanismo cerebrale per comprendere il comportamento del consumatore. Il fine? Migliorare le strategie di marketing.

Al centro dell'attenzione del neuromarketing non può che esserci lo stato d'animo che caratterizza la persona quando è posta di fronte ad uno stimolo esterno: le emozioni. Nel dettaglio: dopo l'input esterno, l'individuo ha una reazione emotiva comprendente tre elementi:

  • la risposta psicologica, che si manifesta nell'espressione verbale;
  • la risposta comportamentale, che si riferisce all'azione che esegue;
  • il cambiamento fisiologico, ovvero la variazione dell'attività del cervello che fa comprendere quali zone celebrali si attivano di fronte un determinato stimolo.
È il terzo elemento, il cambiamento fisiologico, quello al centro delle analisi del neuromarketing. Ciò che infatti fa questa particolare branca delle neuroscienze, non è solo individuare quali aree celebrali dell'individuo si attivino di fronte un determinato stimolo, ma anche elaborare modelli di ricerca indiretti che forniscono delle informazioni sul pensiero dei consumatori rispetto a un prodotto. Ad esempio, una ricerca dal titolo "I siti fraudolenti visti con gli occhi dei consumatori", svolta dal team della TSW Experience Lab ha dimostrato come molti utenti inesperti, tendevano ad acquistare degli articoli online su siti non autorizzati. Nello specifico sono stati registrati, attraverso la tecnica dell'eye-tracking, i movimenti oculari per individuare il modo di pensare dei partecipanti fino all'acquisto. In questo modo sono state evidenziate quali parti della pagina web attirassero maggiormente l'utente e quali fossero ritenute meno importanti. Ciò che è stato evidenziato è che ciò che influenza molto più l'utente è l'aspetto estetico e l'usabilità del sito, piuttosto della correttezza dell'URL, con il risultato di cadere spesso in siti fraudolenti.

Cosa c'entra tutto questo con il marketing? È abbastanza evidente: comprendere come l'individuo si pone di fronte un determinato stimolo, permette di comprendere cosa piaccia o meno al consumatore, in questo senso si vede il convergere di campi quali la psicologia e l'economia per comprendere come il cervello risponda alle strategie di marketing, ma anche ai messaggi pubblicitari. La conseguenza è che in questo modo si riuscirà a rispondere in modo più esaustivo alle necessità dei propri clienti, facendo del neuromarketing uno strumento per le aziende. Il motivo? Quanto più l'azienda riuscirà ad attivare i sensi dell'utente, potenziale acquirente, tanto più sarà possibile concludere la transazione. Ma non solo: associare al proprio brand una determinata esperienza sensoriale, ovviamente positiva, è un buon modo per fidelizzare la clientela.

LinkedIn è un ottimo strumento per sponsorizzare il proprio personal branding, e in un precedente articolo si è visto come poter aumentare i collegamenti grazie a piccoli accorgimenti.
Ora affrontiamo un altro argomento che vede il social LinkedIn al centro, ma questa volta dal punto di vista delle aziende. LinkedIn, specialmente negli ultimi anni, è diventato particolarmente interessante per i profili commerciali offrendo alle aziende svariate opportunità di business. Le piccole imprese hanno la possibilità, attraverso questo social, di ricercare nuovi clienti.
A questo proposito torna utile il Sales Navigator. Utile per chi svolge attività commerciali, il Sales Navigator consente di trovare potenziali clienti, ottenere informazioni per approcciarli nel momento giusto e costruire delle relazioni fidate. In una parola questo strumento consente alle imprese di fare social selling. Ma cos'è il social selling?

Se inizialmente i social sono nati come intrattenimento, ora si stanno sempre di più trasformando in strumenti per fare business. Più particolare è il social selling index (SSI), lo strumento che LinkedIn mette a disposizione per l'utente che permette di valutare l'efficacia dell'utilizzo del proprio profilo ed è uno strumento nato dalle analisi delle performance dei 5000 migliori profili sul social. L'SSI è un mero valore numerico - da 0 a 100 - che permette di valutare e monitorare la propria attività. Più il valore sarà alto più il nostro profilo è buono.

Arriviamo ora a un altro punto fondamentale del presente articolo: campagne e sponsorizzazioni su LinkedIn. Ci sono tre tipologie di campagna disponibili self service:

1) Annunci di testo: questi non solo molto efficaci dal punto di vista del CTR, inoltre rappresentano una vecchia concezione di advertising online, ma comunque permettono di arrivare al risultato. L'annuncio è composto da un titolo di 25 caratteri, un testo di 75 e un'immagine di massimo 2 MB. L'immagine permette di aumentare del 20% i clic sull'annuncio;

2) Contenuti sponsorizzati: lo sponsored content è il recente strumento di advertising introdotto da LinkedIn che va associato alla propria business page. Si hanno due opzioni: promuovere un aggiornamento presente sulla pagina o scriverne uno ad hoc, il cosiddetto direct sponsored content;

3) Messaggi InMail sponsorizzati: questo è uno strumento messo a disposizione da LinkedIn e sono messaggi privati più ricchi rispetti a quelli gratuiti che LinkedIn offre.

Insomma, per le aziende che vogliono farsi conoscere, LinkedIn è un valido strumento, ma non bisogna dimenticare che le sponsorizzazioni della propria pagina sono molto utili per non finire sconosciuti nel grande e dispersivo mondo virtuale.

Nel 2017 oltre a curare la nostra immagine esteriore, quella che mostriamo al mondo, è estremamente utile per la nostra professione e professionalità, curare la nostra immagine digital. In precedenza si è visto quanto per un'azienda sia fondamentale curare un proprio corporate blog che le permetta di distinguersi nel vasto mondo del mercato.
Ora vediamo quanto sia importante curare il proprio personal branding, in particolar modo su LinkedIn. Attraverso il personal branding siamo in grado di "vendere noi stessi" creando un collegamento con gli altri.

LinkedIn, in questo senso, rappresenta la possibilità di applicare un marketing efficace sulla propria persona. In quello spazio si ha infatti la possibilità di raccontare i propri percorsi, le proprie ambizioni e le proprie competenze. Una solida e vera identità digital permette di generare interesse verso di noi. Ogni contenuto che pubblichiamo su un social, come LinkedIn rappresenta un investimento, che parla per noi in ogni momento, anche mentre noi dormiamo.

È importante curare il proprio profilo LinkedIn nei minimi dettagli per aumentare i collegamenti e non rimanere sconosciuti nel web. Ciò che si deve tener sempre a mente è che i testi non devono essere troppo lunghi. Pensiamo ad esempio ai campi liberi che LinkedIn mette a disposizione per descrivere le varie esperienze o nell'epilogo. È bene che il testo non sia prolisso, ma sia conciso e breve.
Ci sono piccoli accorgimenti che permettono di personalizzare il proprio profilo, nonostante su LinkedIn non ci sia la possibilità di formattare il testo, come l'utilizzo di spazi o elenchi puntati e organizzare in modo sensato le proprie informazioni. Un personal branding efficace è quello in cui ci sia l'integrazione delle nostre attività offline con il mondo online, il tutto mostrandoci estremamente professionali. È utile sbirciare i profili di successo, quelli che sanno sfruttare al meglio il proprio personal branding, per prendere spunto.

Su LinkedIn, come su qualsiasi altro social, è importante essere attivi, così da comparire tra i primi risultati di ricerca: questo vi permetterà anche di creare una buona rete di contatti. Non bisogna però dimenticare che LinkedIn è un social in cui si parla di lavoro, per questo prestate attenzione a cosa condividete: non è importante mostrarsi sempre, ma mostrarsi professionali.

Il web marketing è sempre in continua evoluzione e un campo come quello culturale rischia il collasso se non si mette a paro con i tempi. Nasce così il web marketing culturale che in sintesi equivale a dire che la cultura veste "social", quindi gioca la sua partita sul web. In questo modo la diffusione della cultura in senso ampio aumenta considerevolmente rispetto a quando rimaneva fuori dal mondo social.

Le strategie di digital marketing più avanzate puntano sui contenuti, il tesoro che tutti gli utenti cercano. In questo contesto chi produce cultura ha una marcia in più. Un'ottima strategia social non vale solo per i progetti e iniziative o eventi che hanno inizio e fine ben determinati come uno spettacolo teatrale o una mostra. Il digital marketing deve diventare un approccio strutturato anche per i tanti musei che hanno un’attività continua.
Solo recentemente i musei hanno iniziato a utilizzare i social network per promuovere le proprie attività e il risultato è considerevole. In particolare la piattaforma che garantisce maggiore visibilità è Instagram grazie all'immediatezza delle immagini che arrivano direttamente agli utenti, permettendone la partecipazione a nuove forme culturali.

In che modo interagiscono i musei con i follower Instagram? Attraverso la condivisione di post che raffigurano i quadri presenti nelle sale, vari work in progress. Ma non solo: grazie alle Instagram Stories le istituzioni culturali hanno la possibilità di arrivare più direttamente alle persone attraverso un tono più informale con il quale si può raccontare una determinata esposizione o un evento.

In qualche particolare esposizione, il vero protagonista della mostra sembra essere lo spettatore che ha la possibilità di fotografare liberamente le opere esposte, divenendo così lui stesso un divulgatore dell'arte. Chi non ha visto, infatti, l'esposizione Love al Chiostro del Bramante? Lì è stata data la possibilità al pubblico di fotografare le opere e di condividerle sui vari canali social con l'hashtag ufficiale #chiostrolove. In questo modo è stato creato un vero e proprio punto di contatto tra l'arte e il pubblico esterno.

I musei hanno la possibilità, attraverso l'utilizzo dei social media, di conservare il passato, ma al tempo stesso riportarlo all'eterno presente che lo caratterizza. Ma quali sono i migliori spazi museali digital? C'è il MoMa, The Museum of Modern Art a New York che conta 3 milioni follower su Instagram con vari post che rappresentano locandine di eventi, spettatori che guardano le esposizioni, artisti all'opera e tutto questo conquista molti follower che si sentono anch'essi parte dell'arte.
Ad Amsterdam troviamo invece uno dei primi musei che ha aperto un account Instagram. Il museo social di cui stiamo parlando è il Rijksmuseum che utilizza Instagram per portare agli occhi dei propri 151 milioni follower le proprie opere d'arte. A Parigi, il museo digital tra i più famosi è il Musée du Louvre che ha 1,2 milioni di follower e altrettanti like ai post condivisi.

In Italia sono meno i musei che hanno vestito abiti "social", ma piano piano sembra che anche qui si cominci a comprendere il grande potenziale dietro i social network. Alcuni musei che si sono però messi sui social sono ad esempio le Gallerie degli Uffizi con 71,1 mila follower e 498 immagini condivise che vedono rappresentati le varie opere. Sul social network Twitter troviamo invece i Musei Reali Torino seguito da 7.872 persone che possono così rimanere sempre aggiornati sulle attività del museo.

È sempre più chiaro a tutti come la realtà social non possa essere messa da parte, specialmente se l'obiettivo è quello di promuovere iniziative ed eventi che altrimenti non sarebbero divulgate in così breve tempo ad un pubblico tanto vasto.

È l'ora della pausa pranzo e non sai dove mangiare con i tuoi colleghi? Hai già provato tutti i ristoranti, i bar presenti nella tua zona? Piove e preferisci rimanere in ufficio, ma non hai portato nulla per pranzo? Non rimane che optare per il pranzo a domicilio. Quali sono le applicazioni che in questo possono venire in nostro soccorso?
Noi di Go Project abbiamo pensato di analizzare alcune tra le migliori applicazioni con cui è possibile ordinare a domicilio il vostro pranzo.

  • JustEat è un'app totalmente gratuita ed è una tra quelle più famose per ordinare il pranzo. È collegata a circa 5000 ristoranti italiani. Con quest'applicazione c'è la possibilità di filtrare le proprie ricerche e di salvare le ordinazioni fatte. Per quanto riguarda il pagamento, si può effettuare sia in contanti come viene consegnato il pranzo o direttamente dall'applicazione con una carta di credito o con Paypal.

  • Deliveroo è un'altra applicazione molto utilizzata per ordinare il pranzo. Fa consegne molto veloci e offre servizi di takeaway. Cosa si può ordinare da quest'app? Di tutto, dall'hamburger, alla pizza e al sushi.

  • Foorban è ancora un'altra app che vogliamo riportare in questo articolo per consigliarvi sul vostro pranzo. I loro punti di forza sono la freschezza degli ingredienti che utilizzano, i metodi di cottura innovati e le consegne veloci grazie all'utilizzo di vespe e bici. Ordinando prima delle 12 la consegna è gratuita e si ha la possibilità di scegliere l'orario. Ordinando invece dalle 12 alle 15 il pranzo arriva in meno di 20 minuti.

  • Foodora è una vera e propria soluzione ai vostri pranzi, sia a casa che a lavoro. È molto utilizzata anche per i meeting. Le consegne a domicilio vengono effettuate a Milano, Torino, Firenze e Roma.

  • Uber Eats è un'altra applicazione per il pranzo a domicilio. Il nome è particolare, ripreso dalla famosa applicazione di taxi. Al momento è convenzionata solo con i ristoranti di Milano, per la precisione 100 di questi. La consegna avviene in 30 minuti e basta decidere cosa si vuole e al momento dell'invio dell'ordine verrà visualizzato l'importo totale che include sia il costo del cibo che quello della consegna.

Insomma, avete tutte le comodità per un pranzo veloce, ma al tempo stesso buono e che non rinunci alla qualità.

Il Piano Triennale per la trasformazione Digitale della Pubblica Amministrazione è stato scritto da AgID, l'Agenzia per l'Italia Digitale con la collaborazione del Team per la Trasformazione Digitale e rappresenta il documento che definisce il modello di riferimento per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Il Piano Triennale è stato approvato dal Presidente del Consiglio Gentiloni che considera la trasformazione digitale come una priorità del Governo affinché venga semplificata da un lato la Pubblica Amministrazione e dall'altro la vita dei cittadini.

Nel dettaglio il Piano di Digitalizzazione definisce:

  • le linee operative di sviluppo dell'informatica pubblica;
  • il modello strategico di evoluzione del sistema informatico della Pubblica Amministrazione;
  • gli investimenti ICT del settore pubblico.
Il Piano si prefigge l'obiettivo di guidare e al contempo dare supporto alla Pubblica Amministrazione, realizzando una visione tecnologica del sistema operativo del Paese.

Diego Piacentini, il Commissario straordinario per il digitale, sostiene che l'obiettivo del Piano Triennale consiste nel porre le basi per costruire una serie di componenti sulle quali le amministrazioni pubbliche possano realizzare servizi più semplici, adottando metodologie agili con un approccio mobile first.

I nuovi paradigmi della Pubblica Amministrazione saranno:

  • open source;
  • collaborazione.

Affinché la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione abbia luogo c'è bisogno - sottolinea Diego Piacentini - di tempo, costanza, e soprattutto collaborazione e volontà da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel Piano.

Il Piano Triennale permetterà un maggiore coinvolgimento dei cittadini ed è inoltre sarà in continua evoluzione, considerando infatti che a settembre di ogni anno il Piano verrà aggiornato. Ciò che si propone è un modello diffuso e condiviso sia di gestione sia di utilizzo delle tecnologie digitali maggiormente innovative. La sinergia tra le tecnologie innovative, lo stile di management agile e il modello di governance garantiscono la possibilità di utilizzare i benefici delle nuove tecnologie assicurando ai cittadini una semplicità di accesso e miglioramento dei servizi digitali che già esistono. È chiaro dunque che questo Piano Triennale rappresenta davvero un passo avanti nelle Pubbliche Amministrazioni che saranno sempre più vicine agli utenti.

In un mondo sempre più veloce e social, come possono continuare a farsi sentire i poeti? Come resiste la letteratura, la poesia e ogni forma d'arte, sotto la spinta della continua evoluzione dei social network? Trasferendosi dalla carta al web!
È soprattutto Instagram il social più gettonato. Semplice, intuitivo, ma soprattutto visivo. Instagram basa la propria comunicazione sulle immagini che, facendo leva sull'emisfero destro dell'essere umano, sono immediate. Quindi? Arrivano velocemente all'utente che, in una manciata di secondi, legge un verso che trasforma in un cuore con un click.

Gli Instapoets è il nome di questi "poeti istantanei" che utilizzano Instagram come un contenitore per le proprie poesie e lo fanno o accompagnando una bella immagine con dei versi, oppure trasformando questi stessi versi in immagini. Insomma, gli Instapoets hanno compreso come il mondo dell'arte sta cambiando, per questo si stanno adeguando al nuovo modus operandi e sembrano davvero avere successo. Tante case editrici, infatti, vanno alla ricerca dei profili maggiormente seguiti fiutandone l'affare, basti considerare che, come riportato dal New York Times, tre dei libri di poesia maggiormente venduti negli Stati Uniti sono proprio quelli degli Instapoets.

Vediamo un po' di numeri. Tra gli Instapoets più seguiti c'è Rupi Kaur che conta circa 1,5 milioni di follower contro le 0 persone seguite da lei. Un vero e proprio successo social. Un altro che condivide le proprie emozioni su Instagram è Tyler Knott Gregson con 327 mila follower, molti dei quali sono arrivati le poesie del loro "idolo" sulla pelle.
C'è la giovane Lang Leav un'altra Instapoets che con le sue poesie incanta il web, per la precisione circa 380 mila fan. Aveva iniziato con Tumblr per approdare ora su Instagram, il social delle immagini. C'è anche Robert M. Drake, che vive a Miami collezionando circa 1,7 milioni di follower, fama che gli ha permesso di far diventare le proprie raccolte di poesia di veri e propri best seller. Questi sono solo alcuni degli Instapoets più famosi, ma ce ne sono stati in giro altrettanto seguiti, giovani artisti che hanno compreso la logica social e da qui stanno raggiungendo il successo a colpi di like.

La poesia ai tempi di Instagram ha la velocità di un fotogramma e sembra proprio questo ciò che ne permette il successo. Ovviamente non c'è solo quello a decretarne la viralità, c'è anche un ragionato utilizzo degli hashtag e della qualità delle immagini che permette loro di essere trovati nella pagina principale di Instagram e di trasformarsi nei post più popolari.

Che siano dei Poeti 2.0 questi Instapoets? A prescindere, una cosa è certa: quello che poteva essere un genere annientato sotto la spinta dei nuovi strumenti, ora sembra riemergere sotto vesti social.

I “foodie” sono una categoria di marketing molto specifica. Sono per lo più giovani tra i 25 e i 45 anni appassionati di cibo con abitudini di consumo molto sofisticate e con una forte propensione all’uso dei social e in generale della tecnologia. Per i foodie il social d’elezione è Instagram, l’hashtag #Foodie conta quasi 70 milioni di immagini, l’hashtag #foodporn oltre 133 milioni.

Se incrociamo questo pubblico con quello delle recognition apps, le app che riconoscono musica, oggetti o immagini a partire da una foto, scopriamo come ci sia un mercato ampio e decisamente a fuoco. Due i bisogni primari dei foodie: riconoscere ingredienti e ricetta di un piatto e scoprire le caratteristiche di un vino. Esiste questa possibilità? In parte sì. Più facile per il vino meno per le ricette.

È in avanzato stato di studio un’app che rivoluzionerà il modo di cucinare e manderà (forse) in soffitta il ricettario di famiglia con i suoi “quanto basta” o “regolati a occhio”. Si tratta di Pic2Recipe ed è una sorta di “Shazam del cibo”. Grazie a questa app, nata da un team di ricercatori del MIT di Boston, a partire dalla foto di un piatto è possibile risalire alla ricetta con tanto di lista ingredienti e metodi di cottura.
Alla base dell’app c’è un algoritmo che, sfruttando la logica delle reti neurali, confronta la foto di un piatto con un database di oltre 100mila ricette, alla ricerca della preparazione più affine. Al momento l’app è in fase sperimentale ma già inizia a dare i primi frutti. La percentuale di successo è di circa il 65%. Più un piatto è complesso più è difficile trovare tutti gli ingredienti. Secondo i ricercatori il frullato è il piatto più difficile da indovinare. Altro livello di difficoltà è lo “stile” e la qualità delle foto. Insomma, al momento, è bene avere il ricettario della nonna ancora a portata di mano.

Vita più facile per gli appassionati di vino dato che in questo settore le app di riconoscimento sono di più e più performanti. Al momento la migliore, di sicuro quella con il maggior numero di utenti (20 milioni), è Vivino. Come funziona l’app? molto semplice. Basta fotografare l’etichetta di un vino per visualizzare istantaneamente i commenti, le recensioni, il prezzo medio, le note sulla degustazione e gli accostamenti col cibo. Alta funzionalità è il collegamento con lo shop per acquistare la bottiglia.

La vera forza dell’app è il suo grandissimo database che può contare su una libreria di vini nel mondo con 10 milioni di bottiglie, 300.000 vini scansionati in media al giorno, 250 milioni di etichette scansionate fino a oggi, 209.000 aziende vinicole rappresentate. Volumi di utilizzo alti che ci raccontano di un’app molto testata che riesce ad automigliorarsi grazie al contributo degli utenti.

Presto grazie a queste app non vi sentirete più fuori posto quando si parlerà di grandi o quando, per impressionare il vostro partner, dovrete riprodurre il piatto che avete mangiato al primo appuntamento (ricordatevi di scattare una foto se questa sera avete un appuntamento galante a cena, non si sa mai).

Precedentemente abbiamo visto quali sono alcune delle strategie digital per avere successo sul web e una tra queste è quella di curare un blog aziendale. Il nome ufficiale è corporate blog e rappresenta la parte dinamica di un sito in cui si ha la possibilità di aggiornare gli utenti su novità del settore nel quale opera e di informarli sulle varie attività svolte dall'azienda stessa.

Curare un corporate blog è il modo più efficace per farsi conoscere, o per meglio dire, per far conoscere la propria immagine digital che coincide con una vera e propria identità digital che, in qualità di identità, rappresenta una realtà particolarmente complessa che non può essere lasciata al caso.
Molto spesso invece le aziende o non hanno un proprio blog, oppure lo hanno, ma non viene curato bene. La conseguenza? L'utente potrebbe rimanere sempre un potenziale cliente non arrivando mai ad esserlo. Il motivo? Chiunque avverte la necessità di soddisfare dei bisogni e spesso i bisogni sono il risultato di qualcosa che "ci parla". Un blog aziendale gestito con una certa puntualità permette di comunicare all'utente che, da potenziale cliente si converte in un vero e proprio affezionato.

Per comprendere meglio il perché sia fondamentale che un'azienda curi un proprio corporate blog, proponiamo un piccolo esempio di vita quotidiana. Immaginiamo due bar, entrambi belli e con prodotti di prima qualità. In uno chi ci prepara il cappuccino ci sorride, ci saluta e magari il giorno dopo ci riconosce anche, e uno invece il cui saluto è a mezza bocca, il sorriso sembra un obbligo e per tutte le volte in cui entriamo il nostro volto è uguale a tutti gli altri. In quale andrete più volentieri? La stragrande maggioranza risponderà nel primo perché lì c'è qualcosa che il secondo non offre: la comunicazione.

Comunicare è da sempre un must e, specialmente nel web marketing, lo è più che mai. Lo strumento principale che le aziende hanno a disposizione per mettersi direttamente in contatto con i propri clienti (o potenziali) è quello di aggiornali periodicamente attraverso un blog aziendale. In aggiunta a questo l'azienda acquisirà maggiormente autorevolezza nel settore di riferimento, guadagnando la fiducia di chi li segue e aumentando il traffico di visite sul proprio sito.

È importante avere un blog aziendale perché attraverso di esso l'utente non dimentica che dietro un'azienda non ci sono solo prodotti da promuovere, ma persone che quotidianamente si mettono a disposizione per rispondere a un determinato bisogno di chi è approdato sul loro sito. L'informalità permette di bypassare il mero marketing e offrire un valore aggiuntivo al lettore. Per un corporate blog raffinato ci si affida spesso allo storytelling management, una disciplina che, nata in America, ha lo scopo di raccontare la propria storia per conquistare nuovi clienti e fidelizzare quelli che ha già.

"Raccontarsi" permette all'azienda di perdere (senza per questo arrivare alla banalizzazione) quel carattere istituzionale che spesso lascia fuori l'utente e di parlare di argomenti che non trattano direttamente del proprio prodotto, ma di situazioni nelle quali quel prodotto ha la possibilità di entrare in contatto. In questo modo l'azienda indossa i panni dell'utente dando voce ai loro bisogni e soprattutto offrendo soluzioni adeguate.